venerdì 2 gennaio 2009

Perché ovunque noi siamo, chiunque crediamo di essere ( a dispetto di chi siamo) una sola è la certezza che ci contraddistingue, come marchio a fuoco sulla pelle: siamo forme ed ombre abbozzate nel ventre della nostra comune Madre Nebbia …

E ancora una volta la nebbia scende piano soffocando i contorni delle case, i profili bassi dei tetti, delle montagne, le curve dei prati.
I rami spogli degli alberi, mani ossute tese verso la pietà di un muto dio celeste, fendono l’aria spessa.
Viaggio nella nebbia, lenta, un passo dopo l’altro, gli occhi sbarrati nel tentativo di abbracciare quanto più orizzonte posso. Scavo a fatica tra l’alone dei fari e dei lampioni bassi, fantasmi che respirano e sbuffano immobili in faccia al tempo.
Chiudo gli occhi. Pensieri di fuoco e cenere abitano la mia anima divisa tra il desiderio dell’impossibile ed i cristallo delle clessidre.
“Forse è proprio così che siamo” penso “un popolo stolto e muto che cammina chiuso nella propria solitudine. Una parata scura di teste chine, una moltitudine di sconosciuti individualisti immersi ed imbevuti di nebbia.”
Nebbia nel cuore, nebbia negli occhi, nebbia nelle mani ed ancora nebbia nei passi e nella bocca.
Sputiamo nebbia, vomitiamo nebbia, piangiamo nebbia.
Camminiamo piano, a vista (tre metri d’aria intorno a noi) e poi l’ignoto.
Un mare sterile di nebbia ch’altro non partorisce se non se stessa.
Allunghiamo pigri le nostre membra, forse nella sopita speranza di sfiorare un’altra mano indagatrice. E nulla scopriamo se non nebbia.
Nulla vedremo se non nebbia.
Di tanto in tanto un cartello -sconosciuto cantore d’altrui patrie-. Un lampo d’ovatta e poi ancora nebbia.
Mi fermo. Pensare è faticoso.
Sedendomi scorgo una luce, un’ombra, un sospiro.
Fremo. I ricordi sono tanto ingombranti e si snocciolano come anelli di una catena dalla trama fitta, fili di seta trapunti di sabbia e nebbia.


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