La sera, tutte le sere, combatto contro i mille pensieri che si annidano sotto le palpebre chiuse.
E mentre cerco di dare un ordine a questi fogli sparsi, mi capita di inciampare in uno e seguirne il tortuoso filo in un viaggio vivido e silenzioso, lontano.
Mi capita infatti di pensare che tutto il mondo che valga la pena di essere visto e vissuto sta dentro gli occhi di un figlio.
A nulla vale viaggiare, conoscere nuovi volti se non hai conosciuto quello di un figlio. Nullo è il pellegrinaggio, se non nello sguardo del proprio figlio.
Tutto vi è racchiuso,
tutto ciò che occorre sapere,
tutto ciò che serve vedere.
E che poi è sguardo di specchi e mi accorgo che scrutare la sua iride è vagare nel mio profondo, nel nascosto, la pancia.
Mai ho veramente vissuto.
Questo altruistico sentire: essere felici e pieni d'un suo sorriso, perchè mangia, perchè afferra, perchè urla, perchè mi guarda.
Felice perchè lui è felice.
Godo e mi impregno della sua gioia di vivere che niente chiede se non il contagio.
Piano.
Inconsapevole.
Dolce.
Stanotte ho capito.

Nessun commento:
Posta un commento